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LA FILIERA

Industria, commercio e design italiano

‘LA VIA DEL COTONE’: SULLE ORME DI MARCO POLO

La globalizzazione ha accelerato negli ultimi decenni i rapporti e le relazioni tra le grandi aziende europee e i popoli di cultura orientale, dando origine a cambiamenti sociali, tecnologici e commerciali. Gianluca Tacchella amministratore delegato del gruppo Carrera indica la “via” percorsa dall’azienda veronese per mantenere alto il valore del Made in Italy nel mercato mondiale.


Quando la Serenissima Repubblica di Venezia era nel pieno della sua potenza commerciale in Europa, durante il quindicesimo secolo, scambiava con l’Oriente spezie, sete, profumi, legnami pregiati, materie prime lungo la strada denominata Via della Seta. Su questo percorso avvenivano i commerci che portavano ricchezza in Europa e facevano conoscere agli occidentali prodotti e materie dallo stampo esotico, nuovo e, per loro, innovativo.

Quasi come fosse un moderno Marco Polo, il quale viaggiava e comunicava con l’Oriente proprio sulla Via della Seta, oggi Gianluca Tacchella, amministratore delegato di una delle aziende italiane di abbigliamento più importanti a livello nazionale ed europeo, percorre la cosiddetta “Via del Cotone”: parlandoci della sua personale esperienza e dei rapporti con il mondo orientale, l’imprenditore veronese spiega come il “Made in Italy” possa rappresentare un’opportunità in più in un momento di recessione economica globale.



Signor Tacchella, innanzitutto, cosa intendiamo con “Made in Italy”?

«Quando sentiamo parlare di “Made in Italy” il nostro pensiero corre immediatamente all’idea legata al processo produttivo. Cioè qualcosa che sia fatto, costruito in Italia. In realtà nel campo dell’abbigliamento - il settore di cui mi occupo – il concetto si riferisce a tutt’altra cosa.
Made in Italy è un pensiero prettamente stilistico e commerciale: l’Italia non produce cotone, lo deve importare, per cui non c’è un’elaborazione di materie prime “in casa”. Inoltre, in Italia, la manodopera ha sia un alto costo che un’alta scolarizzazione e quindi diventa antieconomica la produzione manifatturiera (se non di prodotti altamente elitari.
Allora ci si chiederà: cos’ha l’Italia in più? Qual è il suo valore in questo settore? La risposta è semplice: una grandissima tradizione per quanto riguarda il design. In questo consiste il Made in Italy: un prodotto finito che è stato pensato e progettato da italiani, ideato da menti che hanno una preparazione e un background culturale e artistico estremamente creativi e ben radicati.»

Quindi il processo di lavorazione passa in secondo piano?
«Il valore aggiunto di un prodotto è l’idea, non soltanto il processo produttivo che porta alla creazione di un pantalone. Un jeans non è bello perché l’hai prodotto, ma perché l’hai
pensato. Può essere stato cucito in India, in Argentina o in Cina ma, se non è stato pensato adeguatamente, avrà scarse possibilità di essere venduto, e il mercato orientale, se non fosse così, deterrebbe il primato nel settore tessile. In Tagikistan, entro il 2012, non uscirà più cotone grezzo, usciranno solo prodotti semilavorati o prodotti finiti. I paesi detentori di materia prima non esporteranno più materia prima, ma prodotti lavorati. Ciò che rende l’Italia migliore e che la manterrà sempre ai vertici del mercato è l’idea di abbigliamento che deriva da una tradizione secolare.»


Cos’è la Via del Cotone?

«È il nome di una mostra di materiale grezzo (cotone, ndr) esposta nello stand
che abbiamo allestito in occasione dell’ultima Fiera Cavalli, a Verona. La via del Cotone è una moderna Via della Seta. Ricalca in maniera simbolica la strada sulla quale Marco Polo un tempo scambiava le merci da Venezia all’Oriente e riusciva a portare ricchezza in Europa. La nostra attuale produzione si concentra in Asia, nelle zone del Tagikistan e Uzbekistan: partiamo dalla coltivazione di cotone in campo e arriviamo fino alla realizzazione del prodotto finito. Il valore aggiunto, però, è tutto italiano. Ed è qui la grossa differenza.»

In una parola…globalizzazione.
«Produrre all’estero per riuscire a offrire un prodotto di alta qualità in Italia, a un prezzo competitivo, è un’opportunità che si è sviluppata proprio nell’era della globalizzazione. Produrre interamente in Italia vorrebbe dire offrire un prodotto dal prezzo triplicato.»

Come mai questa disparità di prezzi?
«Come dicevo prima, il settore tessile impiega tantissima manodopera. Oggi esistono grandi macchinari, estremamente sofisticati e complessi, ma è ancora indispensabile per alcuni aspe
tti l’intervento diretto dell’uomo. Se noi producessimo e lavorassimo tutto in Italia il costo sarebbe triplicato per costi generali di produzione (manodopera, energia, affitti...) molto elevati. Producendo dove c’è materia prima si risparmia sui costi di produzione, si può fare un prodotto qualitativamente ottimo perché si va a prendere il cotone migliore e lo si vende a un prezzo estremamente competitivo per il consumatore finale. Quindi, la globalizzazione tanto demonizzata, ci permette di presentare al cliente un capo d’abbigliamento di ottima qualità ad un ottimo prezzo. Una persona che vuole entrare nel tessile oggi deve investire molto nel design, senza pensare di produrre in Italia.»


I consumatori fanno forse un po’ di confusione perché mettono in dubbio la qualità delle materie prime…

«Il consumatore compra uno “status symbol”, acquista un capo non perché è stato prodotto in un paese piuttosto che in un altro, ma perché quel capo indossato lo fa sentire bene, a suo agio, con sé stesso e con gli altri. Compra un’identificazione, uno stato sociale. Negli anni Novanta il settore tessile in Italia ha subito una grossa crisi, molte aziende hanno dovuto lasciare a casa centinaia di dipendenti che lavoravano nelle confezioni perché i costi erano diventati insostenibili. Oggi la situazione è identica, anzi, ci sono, rispetto ad allora, pochi italiani che abbiano l’ambizione di lavorare in fabbrica. A questo punto conviene produrre altrove, dove le spese di gestione sono contenute. Le materie prime sono le stesse, e il progetto è, e rimane, tutto italiano.»

E nell’ottica internazionale, che spazio trovano i lavoratori italiani?
«Per quanto piccola, un’azienda deve avere uno spirito multinazionale per potersi salvare. La nostra realtà non è enorme, ma lavoriamo su più livelli, su diverse complessità, e ci lanciamo sul mercato mondiale. I benefici del nostro lavoro prodotto all’estero li abbiamo qui e la globalizzazione ci ha permesso di migliorare la qualità del nostro personale, di aumentare il numero di persone qualificate, non dal punto di vista produttivo, ma dal punto di vista professionalizzante e specialistico.»

Nella vostra azienda chi si occupa di design?
«Abbiamo uno staff composto da una decina di persone il cui compito è prendere i macro trend a livello di tendenze stilistiche e di tradurli in prodotti industriali adatti alla tasca di un alto numero di persone. Carrera non è una azienda di “alta moda e stile” come può essere Armani, Versace, Gucci, ma per restare sul mercato deve essere molto attenta alle mode e ai cambiamenti dei gusti dei consumatori. L’elemento importante in tutto questo discorso è che la globalizzazione deve essere rivista sotto un’altra luce, senz’altro positiva: ha creato nuove opportunità di lavoro, dando vita a ruoli commerciali specializzati, persone che girano il mondo e conoscono altre lingue, altre culture.

In questi termini sembra che il settore dell’abbigliamento non sia in crisi…
«Dipende da chi controlla il mercato. La crisi deve essere un motivo in più per superare i limiti, spingersi oltre e trovare una soluzione. Quando c’è crisi c’è molta più possibilità di essere ascoltati perché le persone sono più attente e pronte a recepire cambiamenti che possono fare la differenza. Le aziende tessili italiane devono difendere il proprio valore aggiunto per conservare il proprio mercato e affrontare i colossi asiatici emergenti.»

Comunicare con altre realtà è semplice?
«Purtroppo no, una comunicazione efficace in paesi che hanno lingua e cultura diverse non è sempre facile. In certi casi ricorriamo ancora all’utilizzo di immagini: spesso utilizziamo i colori del semaforo giallo, rosso e verde per farci capire. Basti pensare che in India ci sono ventisette lingue ufficiali e per fortuna si conosce un minimo di inglese. Per dimostrare che un jeans è arrivato in Italia con una macchia o uno squarcio, ad esempio, è necessario far vedere la foto, in modo che la comprensione sia univoca e non interpretabile.

Signor Tacchella, un’ultima domanda: ha paura della crisi?
«La finanza oggi è coordinata a livello globale, questa crisi ha unito molto di più le politiche monetarie. In un momento difficile come questo è necessario emergere, rischiare e trovare nuove opportunità. Io credo che sia proprio questo uno dei momenti buoni per prendere coraggio e tentare. Purtroppo abbiamo un sistema di mezzi di comunicazione che fa dell’allarmismo e del pessimismo il cavallo di battaglia per frenare anche l’entusiasmo di coloro che credono ancora che si possa invertire la rotta. L’importante, in ogni caso, è non farsi intimidire e proseguire con i propri progetti.»


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